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Marta Grasso a me - Pseudo intervista ad una pseudo transessuale

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1. Come descriveresti l’ “essere donna”?
-Io sono talmente legata al concetto di “persona, che faccio davvero difficoltà ad allinearmi ai generi esistenti. Per me essere donna è essere persona, che si differenza dall’essere uomo solo per stereotipi che non mi appartengono. Mi sento una sorta di anarchica visionaria. Il genere è un fatto ovvio, si nasce maschi o femmine, poi si sceglie un percorso personale, non necessriamente catalogabile. Anche se spesso i condizionamenti culturali, sociali, familiari, etici e morali, ci riportano spesso al “pensiero unico”. Maschi, femmine, buoni, cattivi, bianchi e neri…….

2. Come descriveresti l’ “essere uomo”?
-Come sopra.

3. Come descriveresti l’ “essere transessuale”?
-Transessuale=persona che transiziona da un genere all’altro. Questo viaggio appartiene al corpo, che subisce modifiche  strada facendo. Io sono nata transessuale. Ma  direi che sono nata Laura. Poi in seguito ho scelto una genitalità opposta a quella biologica ed una “apparenza” che per schemi sociali, mi ha incasellata nel genere femminile. Ma io mi sento tante altre cose ancora. Il termine transessuale identifica un percorso di transizione, per lottare, per rivendicare i diritti negati e il misconoscimento a cui lo Stato politico- sociale ci relega. Essere transessuale è innanzi tutto essere persona, non prevista dal binarismo di genere. Per queste ragioni essere una persona transessuale diventa difficile, devastante, come lo è per le donne, i migranti, i diversamente abili e tutte quelle marginalità che non nascono come tali, ma ci diventano perché private di cittadinanza e diritti alla pari, in un paese respingente e totalitario.


4. Come descriveresti i significati che ha il corpo per una persona transessuale?
-Il corpo per una persona transessuale ne ha molti, ma io mi soffermerei solo su alcuni, quelli da cui mi dissocio. Il corpo diventa una sorta di rivendicazione e per molte una medicina per il dolore. Assomigliare il più possibile a ciò a cui non si potrà mai assomigliare, porta molte transessuali a smontare e rimontare il proprio corpo grazie alla chirurgia ricostruttiva, con l’unico obiettivo della non identificabilità.  L’omologazione del corpo e del pensiero ti risparmiano l’onere della lotta per l’affermazione delle differenze. Il corpo si usa anche per guadagnare, per chi si prostituisce. Dunque da ad esso un ruolo di “strumento” di riscatto, economico e sociale. Il significato che io do al mio corpo è quello dell’involucro che mi accompagna, faccio del tutto  perché non assomigli ad altri corpi, ma faccio molto affinché sia felice, affinchè si incastri a me e non ad altri. Il mio corpo non è uno strumento ma ciò che ricorda agli altri che è impossibile non tenere conto del mio “esserci”.

5. Come pensi che la gente comune descriva una persona transessuale?
-La maggior parte della gente, non descrive una persona transessuale, non può e dunque se lo fa, lo fa in modo distorto, mistificatorio. Tutto riporta a come e a chi ci racconta, quando non siamo noi stesse a farlo. Io dico sempre ai miei amici: “Non trattatemi come una persona normale, perché non lo sono e non lo voglio essere”!
Persino chi studia i transessualismi è lontanissimo dalla realtà, ma noi apprezziamo la buona volontà, quando non crea disastri. Io credo che si parli troppo e male di transessualismo, auspicherei che si volti pagina, che il dig diventi un’auto diagnosi e che le persone si riapproprino del loro diritto all’autodeterminazione. La questione sui diritti merita discussioni che escano dai recinti individuali. Io quando lotto quotidianamente per i miei diritti, penso ai diritti di tutti. Per questo sono fortemente convinta che invece di parlare di gay, lesbiche, trans, si cominciasse a parlare di diritti civili a 360 gradi. Preferisco scendere in piazza con le persone , senza stare troppo a pensare se si tratta di gay, lesbiche o trans.
 
6. Come descriveresti la “femminilità”?
7. Come descriveresti la “mascolinità”?
  
        - A  queste due domande  una unica risposta. Non esiste una linea di confine che possa contrapporre mascolinità e femminilità. Esse possono convivere e costruire ricchezza interiore senza essere separate. Sono due status che non riconosco e a cui non appartengo e che non mi appartengono. Se esistono, sono due status che ho sempre rifiutato. Ci si sviluppa attraverso il vissuto, se c’è un vissuto più o meno sentito. Femminilità e mascolinità sono due termini che ci rassicurano, nutrono il nostro ego, sono un falso ingrediente per la nostra autostima, certo ne valori ne patrimonio da difendere. Io mi lascio contaminare sempre, sia dalla mia parte femminile che da quella maschile, e questo è sostanziale per me, irrinunciabile. Maschio non c’entra con la mascolinità come Femmina non c’entra con la femminilità. Siamo energia in movimento, e l’energia si modifica continuamente. Cambia colore, odore, rumore. Io mi sento maschio, femmina, animale, aria, dolore, luce e oscurità . Mai potrei essere energia statica, proprio perchè sono una autentica visionaria, come da protocollo. Per tutto questo ed altro ancora, non mi riconosco nella gran parte della  comunità trans. AMEN!

Grazie a Marta Grasso

Psicologia Clinica e di Comunità
 

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