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15 ottobre: la giornata dei ventagli rossi!

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Versiamo sangue e stranamente è rosso, ché voi lo pensavate nero come i vostri pensieri e le vostre canzoni. Nero come i vostri grossi bastoni, ché siamo vecchie puttane e non ci fanno più paura.
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Versiamo sangue senza piangere perché ci avete tolto anche le lacrime e siamo arrabbiat* perché non vogliamo più stare a sentire i vostri bla bla bla, vogliamo soldi, lavoro, una casa, vogliamo smetterla di pagarvi debiti, di farci derubare, di rischiare lo sgombero ogni minuto, vogliamo smettere di vedere donne che per l’esecuzione di uno sfratto vengono rincoglionite di veleno e farmaci. Abbiamo il sangue rosso, si, è ancora di quel colore lì e non potete farci niente, ché non siete ancora riusciti a farci diventare zombies.
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Siamo battito, ritmo, respiro, vita e ci riverseremo per le strade a co-spirare insieme, mascherat* da guerrier* e mai più dispost* a rinunciare a un centimetro di noi.
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Non ci faremo scippare la strada da quelli che parlano di rivoluzione e poi ci vogliono incatenat* a casa. Non ci faremo incatenare a domicilio da quelli che ci rubano le lotte. Saremo stanch* e consapevoli e manifesteremo con lo spezzone che ci rassomiglia. E invitiamo tutt* a dire in piazza i motivi del dissenso, contro i ladri di idee, i prevaricatori, quelli che mercificano le lotte, i professionisti dell’indignazione che ci hanno contaminato pure il linguaggio. Siamo arrabbiat*, femministe, lesbiche, trans, puttane, migranti, uomini, donne, e non scendiamo in piazza per  ”dare una spallata al governo” e fare spazio a quegli altri che prima di chiamarsi “opposizione” dovrebbero cercare la parola sul vocabolario.
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Abbiamo fame, sete, siamo dispost* a fare la guerra perché non abbiamo più niente da perdere dato che ci avete tolto tutto. Futuro, speranze, istruzione pubblica, sanità decente, lavoro, lavoro, lavoro.  Massa di privilegiati che campate alle nostre spalle da parassiti, tutti quanti, potenti, dirigenti, pezzi di merda multicolore, che forza e italia e forza e nuova e forza e merda, ci viene la nausea solo a pensare che in questo paese ci viviamo e già non vorremmo starci più ma è qui che buttiamo sangue e un pezzo di futuro lo pretendiamo, ce lo dovete dare, che se non ce lo date noi ce lo prendiamo, perché vi soffiamo addosso e se ci vedete vento noi presto saremo un tornado che vi trascinerà nel fango dove meritate di stare.
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A quei bastoni grossi non abbiamo niente da dire per quanto troviamo strano che restino a fare i mercenari a difendere le banche, magari quelle dove c’hanno il mutuo da pagare e che gli toglie l’aria pure a loro, senza sconti né sentimenti umani. Profitto e sfruttamento, precarietà e fatica, ché ci hanno tolto pure il diritto all’amore e noi ci amiamo, tutt*, in faccia al mondo, perché a quell’amore abbiamo diritto.
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[Vancouver, durante i riot e la repressione]
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Non abbiamo tempo da perdere, ogni viaggio per una manifestazione ci costa soldi e fatica, e dobbiamo sentirci in colpa se abbiamo il sangue che viene giù dalla vagina, se non ce l’abbiamo perché ci portiamo un figlio nella pancia, perché per fare battaglia bisogna essere intere. Non abbiamo tempo da giocarci perché non è una piazza di svago. Veniamo a giocarci il futuro e arriviamo carich* di pretese e di speranze, vestit* di rosso fino alle mutande, perché il nostro rosso si deve vedere sempre e che la smettano di ripassarci di colori neutri ché tanto la storiella non c’incanta.
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Il rosso è sangue, il rosso è rabbia, il rosso è vita e noi siamo viv*. Siamo viv* e abbiamo le parole della rivoluzione in testa e la fatica di ogni giorno per i nostri due, tre, quattro lavori contemporaneamente, la schiena rotta e la sveglia all’alba e i sacrifici per ritagliarci un po’ di autonomia e non dover dipendere da nessuno, fosse un marito, amic@, fidanzat@, padre, madre, stato. Ci siamo noi che sudiamo lacrime dal corpo perché oramai hanno preso quella direzione, e poi dagli occhi viene fuori sangue a gocce, ogni volta che un datore di lavoro ci tocca il culo, che un maiale ci considera carne in saldo, che uno sbirro ci detta il suo verbo su per l’ano.
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Ci siamo tutt* che ora basta di vedere morire amici e amiche che si pigliano lavori in nero e poi le ammazzano dentro uno scantinato miserabile, sfruttatori di merda, governi assassini che garantite agli schiavisti di non pagare mai per quella sicurezza che ci tolgono. Succede a Barletta, a Torino, a Palermo, a Brescia, e succede di vedere quei compagni di lotta che rompono catene e bruciano prigioni all’urlo di “libertà” perché se sopravvivi dopo aver attraversato tanta terra e mare e tempeste non puoi accettare di farti rinchiudere nel lager nazista dove si fa la conta delle particelle di melanina, se ne hai troppe o troppo poche, che ci dobbiamo tenere solo la pelle rancida dei nostri politici nostrani, razzisti e disumani, senza pietà.
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Ci siamo ancora, si, e non c’è più niente da fare, ci avete rotto infine e per quanto non abbiamo tempo e soldi e speranze arriveremo a urlarvi che ci siamo, ché non ci avete ancora ammazzato, e ci vestiremo di pelle, luce, fuoco, perché vi bruci solo vederci.
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Non avremo vinto, infine, forse, ma avremo macchiato quel cemento grigio di rosso e l’avremo urlato, forte, che siamo quell* che combattono tutti i giorni e vi contaminiamo con la nostra scrittura sporca, ché di cose edulcorate ne abbiamo piene le ovaie, e avremo vissuto, poi, da persone libere… Libere per davvero.


 

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